Cara lettrice e caro lettore,

In questo racconto incontrerai due personaggi secondari del mio mondo narrativo, il cui scenario per eccellenza è la città di Granada intorno al 1920.

Questa breve storia è stata progettata per la pubblicazione su Instagram (da lì la dicitura ‘d’appendice’), ma la puoi leggere qui tutta di seguito.

Spero di solleticare la tua curiosità e di regalarti qualche attimo di svago.

Buona lettura!
Livia

 

 

La ragazza del pane

Racconto d’appendice granadino

Puntata 1

Era un frizzante mattino d’autunno del 1920. Lola si trovava a metà della salita che l’avrebbe condotta agli eleganti cármenes dell’Albaicín basso. Bloccò le ruote del carretto che trascinava su per la scalinata dagli ampi gradini e si fermò a riprender fiato. Guardò il fiume Darro che scorreva sul fondovalle, una cinquantina di metri più in basso. Dopo aver levato lo sguardo sulla sagoma dell’Alhambra, che già si stagliava nitida nelle prime luci del mattino, inspirò profondamente e attaccò di nuovo la salita, tirando con decisione il suo carico di consegne a domicilio.

Puntata 2

La ragazzina aveva l’acquolina in bocca: dai cesti coperti da teli di lino, il pane appena sfornato emanava un appetitoso aroma che s’insinuava nelle sue narici. La tentazione di sfilare uno dei deliziosi «suizos» era forte, ma resistette. Ora che aveva trovato questo impiego, con dei padroni che la trattavano bene, non voleva certo rischiare di perderlo per un panino ricoperto da granelli di zucchero. Prima di partire per il giro di consegne, qualcosa da mangiare glielo allungavano sempre, ma lei non era mai sazia. “Come sono fortunate le «señoritas» che possono papparsene anche due o tre o di più, se vogliono!”

Puntata 3

Giunta dinanzi all’entrata di servizio del «Carmen del azahar», aprì la porticina che dava accesso al giardino. Aveva fatto pochi passi sul lastricato che conduceva alla casa, quando la cuoca uscì dalla cucina e le venne incontro. Camminava a passetti marziali, facendo ballonzolare i rotoli di grasso, tutt’uno con l’incontenibile seno, anche quello ondeggiante. Lola trattenne a stento una risata, che riuscì a mascherare con un sorriso di saluto. Le consegnò il paniere, che la donna prese con fare altezzoso mentre al contempo le ridava brusca quello vuoto del giorno prima, senza rivolgerle nemmeno una parola. La garzona girò su sé stessa e uscì, dicendosi — come tutte le mattine — che con quel caratteraccio era impossibile che cucinasse bene, perché «la mala leche», l’acredine, passa al cibo. Riprese il cammino; dopo pochi metri una delle ruote s’incastrò nell’acciottolato e Lola si sbilanciò. Fece leva sulle braccia, cercando disperatamente di mantenere in equilibrio il carico. Filoni di pane, pagnotte e panini al latte (i deliziosi «suizos») sarebbero rovinati a terra se un uomo non fosse accorso in extremis ad assicurare s il carretto. Nel momento stesso in cui lo ringraziava, guardandolo in volto, la ragazzina rabbrividì.

Puntata 4

Aveva il mento deturpato da una cicatrice che disegnava un semicircolo da una mascella all’altra. Tuttavia, ad agghiacciare Lola furono il sorriso dai denti appuntiti e lo sguardo da lupo affamato.

«Appena in tempo, eh, bella?!» Si accucciò per controllare i danni e la rassicurò: «È tutto a posto. Non c’è niente di rotto.»

Accennando di nuovo un ringraziamento, Lola si affrettò a proseguire.

“Forse sono stato troppo frettoloso”, si disse il rajao (ovvero ‘lo sfregiato’, come veniva chiamato da tutti). Ma il piccolo incidente era stato un vero colpo di fortuna. Non aveva saputo resistere ed era corso ad aiutarla, così da poterla esaminare meglio.

Quando l’aveva vista arrancare su per la salita con la carretta, si stava godendo l’ultima sigaretta prima di andarsene a dormire. Era rimasto colpito dalla sua figuretta esile ma forte, dal corpo che s’intuiva sodo sotto l’abito e il grembiule. D’istinto, si era nascosto in una rientranza del vicolo per osservarla meglio. E ci aveva azzeccato, perché da vicino si era rivelata una vera bellezza! Decise di seguirla. Al diavolo il sonno: avrebbe dormito più tardi.

Puntata 5

Con discrezione, attento a non farsi scoprire, il rajao la seguì su per i vicoli dell’Albaicín basso e di ritorno, giù verso il Darro. Quando giunsero sul fondovalle si trovò in difficoltà. La strada lungo il fiume era ancora poco transitata e in assenza di ripari dietro cui nascondersi rischiava di farsi scoprire. La sosta della garzona in uno degli eleganti palazzi lungo il fiume risultò provvidenziale. Lo sfregiato si calcò la coppola e, mentre la ragazzina faceva la sua consegna, sgattaiolò veloce lungo il «Paseo de los Triste», attraversò «Plaza Nueva» verso est e si nascose nei pressi della chiesa di «Santa Ana». Da lì la visuale era perfetta: qualsiasi direzione la bimba avesse preso, lui l’avrebbe vista. Di lì a poco udì le ruote del carretto sul selciato. Era la ragazza che transitava per la piazza in direzione a «Cuesta del Chapíz», verso il bosco dell’Alhambra.

A dispetto della pendenza, Lola camminava spedita; le consegne erano quasi terminate e il carretto pesava molto meno. Dopo una decina di minuti su per la collina della Sabika si arrestò dinanzi a un piccolo carmen e allungò la mano per tirare il cordone della campanella.

Puntata 6

La porta si schiuse e una mano bloccò la campana prima che emettesse suono alcuno. Era María del Carmen, la sorella di Manuel de Falla, che prese il cesto e la congedò con il solito frettoloso: «Il Maestro attende i «suizos» per far colazione». Dal piano superiore giungevano le note di un pianoforte.

Servite senza intoppi le ultime case, la garzoncella tornò sui propri passi e, con lo stomaco che brontolava, si diresse spedita verso il centro, impaziente di rifocillarsi con la colazione che la padrona predisponeva personalmente. 

Non appena la vide svoltare l’angolo, il rajao prese a seguirla lungo via Reyes Católicos. Le campane di Santa Ana avevano appena rintoccato le sette e trenta; lungo la via centrale l’andirivieni si era infittito e riuscì a starle dietro senza farsi notare. Dopo una ventina di minuti la vide infilarsi in una via secondaria e scomparire col carretto dentro il portone dell’ultimo edificio della stradina, che faceva angolo con Plaza del carmen. L’uomo passò dall’altro lato, sulla via principale, e vide l’insegna: dunque la ragazza lavorava per i pasticcieri-panettieri svizzeri. Non li conosceva, ma gli avevano raccontato che tra loro parlavano un incomprensibile dialetto che ricordava il catalano.

«Bimba, sei mia» mormorò tra i denti. Soddisfatto di sé e del suo impegno nel lavoro, ritenne di essersi meritato un buon sonno ristoratore tra le morbide braccia di Teresita, su al «Cuevas de Juan», il postribolo al limitare del Sacromonte dove viveva.

Puntata 7

Quel pomeriggio, svegliatosi prima del solito, il rajao obbligò un’assonnata Teresita ad alzarsi subito per preparare il caffè e scaldargli l’acqua. Dopo essersi lavato e rasato, indossò abiti puliti. Il tocco finale lo diede annodandosi al collo un fazzoletto di seta, che lui riteneva il colmo dell’eleganza. Lasciate le ragazze alle cure del suo socio, il gestore del «Cuevas de Juan», lo sfregiato s’incamminò impettito verso il centro città.

Poco prima che le botteghe chiudessero, si appostò non lontano dalla porta di servizio in cui aveva visto scivolare la ragazza del pane col suo carretto. Per avvicinarla senza che si spaventasse aveva preparato la solita scusa: un invito al ristorante; con quelle ragazzine povere e affamate funzionava sempre. Aveva fretta di portarla con sé e chissà, forse ce l’avrebbe fatta già quella sera stessa a trattenerla per tutta la notte. E la mattina seguente che se la sbrigassero da soli, quegli stranieri, a distribuire il pane. Obbligare una così bella donnina a simili lavori di fatica era una vergogna e uno spreco!

Dopo una mezz’ora d’attesa, durante la quale aveva avuto tempo di arrotolare e fumarsi diverse sigarette sputacchiando tutt’intorno, l’uscio si schiuse e ne uscì una donna bruna sui trent’anni, che lo superò con passo gagliardo senza degnarlo di un’occhiata. Ormai si era fatto scuro e lui si stava spazientendo. Ma quanto la facevano sgobbare quella povera creatura?

Passato un’altro bel po’ di tempo, lo sfregiato si disse che forse aveva terminato la giornata prima che lui arrivasse. Oppure… Ma sì, certo, come aveva fatto a non pensarci prima?! Era interna. Questo complicava le cose: se la sarebbe dovuta lavorare di mattina presto, ma la creatura ben valeva il sacrificio di qualche ora in meno di sonno. Non era uno che si tirasse indietro quando c’era da lavorare lui! Sulla la via del ritorno verso il «Cuevas de Juan», al confine tra l’Albaicín e il Sacromonte, prese ad almanaccare: “Come ti acchiappo, bimba?”

Puntata 8

Erano sdraiati sul miglior letto del «Cuevas de Juan» e il rajao stringeva a sé la ragazza del pane, carezzandola con voluttà. Lei gli sorrideva maliziosa e lo lasciava fare, niente affatto stupita o vergognosa. Non era stato necessario indurla ad accompagnarlo con un sotterfugio. Lei lo aveva guardato dritto negli occhi; con fare sornione aveva infilato la propria manina nella sua e gli aveva detto: «Andiamo a cena. Dopo... si vedrà.»

Stava per toglierle la camiciola quando avvertì un fastidio alla spalla; un grosso gatto con un sonaglio al collo gli dava delle zampate, emettendo poderosi miagolii.

«Sveglia, pendaglio da forca! Oh dico: sveglia!» Lo sfregiato balzò a sedere e si guardò intorno cercando la “sua” bimba. La guardia smise di scuoterlo e lo fissò con disprezzo; si spostò verso la porta e il mazzo di chiavi che aveva alla cintola tintinnò. Prima di uscire indicò con gesto distratto un vassoio sul pavimento: «Bevi la tua acqua e mangia il tuo pane. Fra pochi minuti verranno a prenderti».

Rimasto solo, lo sfregiato sorrise soddisfatto: il suo contatto stava facendo il proprio dovere.

Puntata 9

Diede un calcio al vassoio, facendo rotolare in un angolo il tazzotto di metallo. L’acqua rovesciatasi fu subito assorbita dal pavimento in terra battuta e dal tozzo di pane rinsecchito. Perché gli ‘amici’ tardavano tanto a farlo liberare!? Almeno avesse avuto il suo tabacco e le cartine per arrotolarsi una sigaretta! Prese a camminare stizzito per l’angusto spazio della cella. L’andirivieni tra le sbarre della porta e la stretta feritoia che dava luce e aria si protrasse per almeno cinque minuti. Ripensò all’inebriante sogno bruscamente interrotto e a come trasformarlo in realtà. La bimba: proprio un bel tipino si era rivelata, ma ora che sapeva quanto fosse sgamata, sarebbe stato più furbo di lei. Al momento, tuttavia, ciò che lo irritava era aver perso una nottata di lavoro. Gli seccava soprattutto per le sue “pupille”, che di certo ne avevano approfittato per battere la fiacca. Quanto alla ragazza del pane, era deciso a offrirla su di un piatto d’argento a chi sapeva lui.

Trascorsa un’altra quindicina di minuti, un poliziotto in borghese aprì la porta della cella: «Avanti: esci!»

Lo sfregiato gli scoccò una delle sue occhiate da galletto e si avviò lungo il corridoio. Finalmente! Ora sì che si ragionava.

Puntata 10

Già pregustava il carajillo, il caffè corretto che gli avrebbero servito al «Cuevas», ma l’illusione fu breve: a pochi passi dall’atrio il poliziotto lo prese per un braccio e lo spinse in una stanza con un tavolo e quattro sedie, obbligandolo a installarsi su una di esse e sedendosi al suo fianco. Le altre erano già occupate. Le sue grida all’abuso furono accolte da una barriera di silenzio. Smise di vociare e squadrò l’uomo di fronte a lui. Lo riconobbe: era l’ispettore Montenegro. «Rajao! Ti è piaciuto il nostro albergo?»

«Mi avete trattenuto illegalmente!»

I tre poliziotti risero: «’Illegalmente’… Una parola grossa, detta da te. Cosa mi dici del tuo far la posta alla garzona della pasticceria svizzera?»

«Far la posta? Ma che dice?! L’ho incrociata per caso ieri mattina. L'ho aiutata, sennò le si sarebbe rovesciato l’intero carico!»

«Come fai a sapere con tanta sicurezza che stiamo parlando della stessa ragazza?»

«Si è presentata lei.»

«No che non te lo ha fatto!», scattò Montenegro battendo una mano sul tavolo. «Tornando all’età» riprese abbassando la voce «è molto, ma molto giovane ed è molto, ma molto avvenente.»

L’ispettore fece una breve pausa, poi lo investì indurendo il tono: «La volevi irretire per i tuoi ignobili traffici!»

«Ma che dice ispettore?! Io sono un onesto impresario e il mio lavoro è impeccabile. «Oh, certamente! Quando si tratta di approfittare delle ragazzine sei impeccabile, non c’è che dire.»

«Le salvo dalla fame più nera!» si difese il rajao.

Nel bel mezzo di quel balletto verbale, l l’agente che fungeva da portiere si affacciò all’uscio: «Mi scusi ispettore» mormorò contrito nel cogliere lo sguardo adirato del superiore: «La richiedono con urgenza al telefono.»

Puntata 11

Come tutte le mattine, Lola aveva intrapreso il giro di consegne. All’inquietante sorriso dell’uomo con la cicatrice non aveva più pensato finché non era giunta nei pressi del «Carmen del azahar», dove il giorno prima si era incastrata la ruota del carretto. Aveva scacciato lo sgradevole ricordo del figuro concentrandosi sull’acciottolato ed evitando con cura la zona dissestata.

I recapiti si erano svolti senza intoppi: era in anticipo. Ciò significava che avrebbe fatto colazione prima del solito, stava pensando allegra mentre scendeva a buon passo da Cuesta de Gomérez. All’altezza di Calle Ánimas per poco non aveva investito una persona che stava uscendo da quella via trasversale. Frenò di botto e si spaventò ancor più quando riconobbe l’uomo con i denti da lupo.

«Ma guarda chi si vede!», aveva esclamato quello salutandola come se la conoscesse da sempre. Poi le si era rivolto come se fossero stati in confidenza, raccontandole che veniva da una visita agli anziani genitori a cui aveva portato dei fichi freschissimi. Aveva continuato a blaterare, infarcendo di domande e complimenti le sue ciance: per chi lavorava, quanti anni aveva, fino a che ora la facevano lavorare la sera, quant’era brava nel maneggiare il carretto, quant’era ammirabile il suo lavoro considerando che era ancora così piccina... La garzoncella si era sentita in imbarazzo. Aveva abbozzato un sorriso:

«Devo andare», riuscì ad articolare.

«Ho una figlia della tua età, sai?»

Disse che voleva assolutamente che si conoscessero e che si considerasse invitata a cena per quella sera stessa.

«Non accetto un no! Ti aspetterò in Plaza del Carmen alle 20.00.»

Le fece uno dei suoi sorrisi da far accapponare la pelle e la precedette a grandi falcate in direzione a Plaza Nueva, senza che lei potesse controbattere.

Puntata 12

Si era sentita ardere le guance per l’umiliazione: non aveva saputo reagire alle chiacchiere di quel bel tomo, il quale era convinto che giunta la sera lo avrebbe raggiunto in Plaza del Carmen. Oppressa dal senso di colpa aveva ripreso il cammino a passo accelerato e giunta in bottega era andata di filato dalla padrona. Per la ragazzina, narrare le circostanze del duplice incontro con l’uomo dalla cicatrice era stato un tormento. In pochi minuti aveva dovuto pronunciare più frasi di quante non fosse solita articolare in un’intera giornata. Erano nella stanza sul retro del negozio e non appena aveva terminato di spiegarsi, la Doña le aveva cinto le spalle e le aveva detto: «Aspetta qui». Le aveva ubbidito docile e l’aveva osservata mentre si avvicinava al marito. Avevano questionato! Questo lo aveva capito dai gesti e dal tono, nonostante avessero parlato a bassa voce. Una precauzione innecessaria, aveva pensato, perché del loro idioma, del ‘poschiavino’, non capiva nemmeno una parola. A un tratto la padrona aveva girato su sé stessa con un movimento brusco ed era tornata verso di lei. Si era calcata il cappellino, aveva afferrato la borsetta sfilandone i guanti ma senza indossarli e l’aveva presa per mano: «Andiamo!», le aveva intimato decisa. Lola aveva rimpianto di non averle raccontato l’accaduto solo dopo colazione.

Puntata 13

Avevano attraversato Plaza del Carmen in direzione al quartiere del Realejo. Ben presto la ragazzina aveva intuito la loro meta: il commissariato. Ora capiva il motivo del contrasto tra i due coniugi. Al padrone non piaceva la familiarità della moglie con l’ispettore. Lola avvertì di nuovo l’oppressione al petto; avrebbe dovuto starsene zitta, ignorare l’accaduto e non raccontare nulla? No, si disse, aveva fatto bene a parlare. Da sola non ce l’avrebbe mai fatta a togliersi di torno l’uomo dalla cicatrice. Conosceva fin troppo bene le occhiate che le aveva lanciato: lui era il lupo e lei la pecorella.

Al distaccamento di polizia le era toccato ripetere l’accaduto a Montenegro, che col suo sguardo severo la faceva sentire piccola e insignificante. Non c’era niente da fare: lui era sempre molto gentile e tuttavia le ispirava soggezione. Per fortuna la Doña non aveva mai smesso di stringerle la mano e d’incoraggiarla.

In seguito l’ispettore le aveva messo davanti un grosso classificatore: «Guarda queste fotografie», le aveva ordinato. «Se riconosci l’uomo che ti ha dato fastidio me lo devi dire subito, d’accordo?»

Lola assentì. Non tardò molto a identificarlo e a scoprire che lo chiamavano “el rajao”, lo sfregiato.

Puntata 14

Anche quella sera il rajao si era messo in ghingheri: oltre al fazzoletto di seta il tocco finale se l’era dato impomatandosi i capelli. Uscito dal «Cuevas de Juan», il suo quartier generale al limitare del Sacromonte, aveva percorso l’Albaicín con passo tronfio, scendendo per vicoli e scalinate fino a sbucare in Calle Elvira. Aveva proseguito lungo via Reyes Católicos per raggiungere Plaza del Carmen, il luogo dell’incontro. All’appuntamento era arrivato con largo anticipo, per non correre il rischio di farsi scappare la bimba. La sua immaginazione correva alle ore che avrebbe trascorso con lei, in un crescendo di bramosia. Pregustando la serata, aveva cominciato ad arrotolarsi una sigaretta. Concentrato in quell’occupazione, non aveva notato arrivare gli agenti che gli si erano collocati uno per lato. Quando lo avevano afferrato per le braccia era trasalito, lanciando un grido. Il tabacco e cartina si erano sparpagliati a terra.

«Ma che…? Che volete?»

«Su, non fare storie.»

Si era guardato intorno frastornato: «Mi avete scambiato per un altro!»

Aveva esclamato cercando in tutti i modi di divincolarsi.

«Nessuna confusione. Tu vieni con noi in questura.» A parlare era stato un tutore della legge in borghese, con un inconfondibile accento di Siviglia. Sulle prime, dato lo spavento che si era preso, il rajao non aveva notato il vice ispettore, ma poi lo aveva riconosciuto; gli piaceva andar per taverne e far baldoria.

Il più vecchio dei due agenti lo aveva strattonato in malo modo: «Andiamo!»

Da una finestra al primo piano dell’edificio prospiciente la piazza, nell’appartamento situato al di sopra della pasticceria in cui viveva la giovane coppia di Poschiavo, Lola e la Doña avevano osservato l’uomo con la cicatrice che veniva portato via.

Puntata 15

Montenegro aveva abbandonato la sala degli interrogatori affrettandosi verso il proprio ufficio per rispondere alla telefonata ‘urgentissima’. «È dal tribunale», lo aveva informato l’agente dell’accoglienza. In capo a tre minuti era stato di ritorno. Fermatosi sulla soglia, i lineamenti del viso contratti, aveva detto brusco: «Rajao, in piedi.» L’altro aveva ubbidito. L’ispettore gli si era avvicinato: «Abbiamo finito. Per oggi…» Il vice più anziano aveva stretto il braccio del malvivente per riportarlo in cella, ma il superiore lo aveva fermato con un gesto e si era rivolto allo sfregiato: «Sei libero.» Il prosseneta, si era avviato con strafottenza in direzione alla porta, ma Montenegro lo aveva bloccato tagliandogli il cammino: «Non azzardarti mai più ad avvicinare quella bambina!» aveva scandito.

«Non ho fatto nulla d’illegale. Al contrario: sono un benefattore!» aveva ribattuto lo sfregiato. «Salvo molte giovani da una vita di stenti.»

Dopo di che, ostentando un sorriso sghembo, aveva abbandonato la stanza. Sbalorditi, i vice avevano chiesto:

«Ma, ’jefe’, perché lo ha lasciato andare?!»

«Ordini dall’alto!

Mi è stato detto che non abbiamo elementi sufficienti per trattenerlo. Il che sarebbe anche vero, ma dato il figuro in questione…» Si era incurvato nelle spalle. «Non capisco il motivo di tanta sollecitudine per liberare quel mascalzone. Ma tant’è. Non possiamo esimerci dall’eseguire gli ordini.»

Era il due novembre; Lola camminava verso casa della sorella maggiore, che abitava nell’Albaicín. Insieme, sarebbero salite al cimitero di San José per far visita alla tomba dei genitori. Senza l’impaccio del carretto, la garzoncella procedeva leggera su per le strettoie dell’antico quartiere arabo. Era estremamente graziosa nel suo abito color vino dei giorni festivi, con le gambe agili fasciate dalle calze nuove e le scarpe di cuoio acquistatele dalla padrona. Quando arrivò in Plaza Larga vide dei contenitori stracolmi di fiori esposti su di un banchetto. Una donna invitava all’acquisto: «Fiori per i morti! Comprate al miglior prezzo i più belli e profumati di Granada!» Lola titubò, incerta se acquistare o meno un mazzolino. Decise di rinunciare e proseguì in direzione alla chiesa di San Bartolomé, nei cui pressi abitava la sorella con i figli e il marito. A quell’ora, mezzogiorno, la piazza era gremita di persone che si riscaldavano al sole andaluso. Passò accanto a un crocchio di ragazzine che ridevano sguaiate. Rilevò distrattamente che alcune stavano fumando. Non riconobbe il rajao, seduto al tavolino della terrazza da cui teneva d’occhio le “sue bimbe”. Agli sgradevoli incontri con quell’uomo e alle sue indesiderate attenzioni non ci pensava più da settimane. Lui invece non aveva mai smesso di richiamarla alla mente e quando si era affacciata alla piazza l’aveva subito individuata. La osservò transitare accanto a Teresita e dovette farsi forza per non correre ad agguantarla all’istante, memore dell’avvertimento di Montenegro. “Sei la più preziosa delle gemme, bambina. Vali un Perù e troverò il modo di farti brillare nella notte!” Lola, ignara, si stava allontanando. Lo sfregiato seguì con sguardo bramoso la folta treccia bruna che a ogni passo oscillava da un estremo all’altro del dorso sfiorandole i fianchi; finché non scomparve alla vista.

«Ma come!?», ti starai dicendo, «Cosa succede a Lola? E il rajao lo beccano o la fa franca? E chi sono gli altri personaggi? Ebbene, cara lettrice e caro lettore: dovrai pazientare ancora un po’. Per ora non ti posso svelare di più.